FOTOGRAFIA A KM 0 ?

Pare che affrontare il tema della green economy in ambito fotografico sia cosa adatta solamente per le aziende produttrici di materiali che possono potenzialmente avere dei più  o meno considerevoli impatti ambientali, ma vorrei provare a considerare, sperando così  di sensibilizzare nel mio piccolo quante più  persone possibili, gli effetti che si producono sulla Terra facendo riferimento a elementi che vanno ben oltre la dimensione puramente materiale.

Insieme scopriremo quali abitudini sostenibili si possono facilmente adottare perseguendo tale passione e quali le scelte che ci permettono addirittura una fotografia a kilometro zero!

Negli anni ’70, quando iniziavo a coltivare la mia passione per la fotografia, una delle tematiche più diffuse e “alla portata di scatto” riguardava senza ombra di dubbio la documentazione dell’inquinamento ambientale, in particolare quello di torrenti e laghi della zona. Ricordo benissimo acque schiumose, insolitamente colorate e spesso maleodoranti, rottami di ogni specie abbandonati con noncuranza, plastica disseminata sulle rive; tutto questo mi portava a riflettere su come la fotografia, a sua volta, potesse essere complice del diffuso inquinamento a causa delle esigenze materiali da essa richieste.

Oggi giorno, epoca in cui la nuova tecnologia digitale ha potuto cambiare le regole del gioco, riducendo in gran parte l’utilizzo di pellicole e dei conseguenti agenti chimici da camera oscura, e in cui le acque sembrano finalmente più pulite, spesso non ci rendiamo conto di come il problema sia ancora lontano dalla soluzione; anzi, di come il rischio di inquinamento sia potenzialmente aumentato e di come grazie a paesaggi all’apparenza più incontaminati ci si renda meno sensibili nelle scelte e nel consumo di prodotti legati al mondo fotografico, delegando le difficoltà della gestione etica sulla green economy alle sole aziende produttrici di materiali e attrezzature.

La mia tesi sull’argomento parte da un’osservazione generale di quella che veramente era una passione/lavoro anni fa e di quella che è diventata oggi un’abitudine spesso impulsiva. Cosa intendo dire con una frase del genere? Semplicemente che ai tempi dell’analogico non tutti avevano una fotocamera e gran parte di coloro che la possedevano centellinavano gli scatti a causa dei costi di acquisto e sviluppo delle pellicole, nonchè della stampa (e ancora meno erano coloro che allestivano una camera oscura). Di conseguenza l’impatto ambientale del settore fotografico era decisamente minimo, senza contare il fatto che gli acidi esausti erano quasi del tutto inerti e che una fotocamera durava un’intera vita; quando era ora di cambiarla il valore affettivo la poneva come oggetto cult da esporre su di una mensola o comunque da conservare in qualche cassetto con tutto l’archivio di negative. Oggi, invece, si aggiungono gli smartphone, impiegati da chiunque, portando come inevitabile conseguenza all’aumento spropositato del numero degli oggetti utilizzati per eseguire scatti. Se pensiamo che di media ogni due anni questi telefoni vengono buttati, che, come il resto dell’attrezzatura digitale, sono assetati di energia per ricaricarsi, e che le stesse onde da loro emesse costituiscano parte determinante nel processo di inquinamento, ritengo che si possa intuire istintivamente il potenziale problema che essi rappresentano. Bisogna inoltre considerare l’esistenza in quasi ogni casa di una stampante pronta a creare altro materiale di scarto di cui spesso non si conoscono gli agenti inquinanti nonchè impossibili da riciclare.

Anche il semplice gesto di scattare una foto può essere inserito e criticato nel contesto della green economy; basti pensare ai metodi di spostamento per raggiungere una meta, di trasporto e allestimento di un set fotografico.

A questo punto vi starete chiedendo: fotografare a “Km 0” possibile? Lavorando forse da casa, in studio o in zone limitrofe? No di certo, ma quasi…L’impatto dell’uomo sull’ambiente deriva esclusivamente dalle scelte che prende giorno per giorno. Bisogna dunque documentarsi, innanzitutto, sul modo in cui una determinata azione possa incidere sul mondo esterno, sperimentando poi nuove formule di lavoro, spesso fonti di ingegnosa creatività.

Recentemente si sta sviluppando un efficace e innovativo metodo per scattare una foto dall’altra parte del mondo senza muoversi dalla propria casa: con l’aiuto di un collaboratore esterno che si trova in una località lontana, infatti, è possibile allestire un set, scegliere l’inquadratura desiderata e ottenere l’immagine perfetta, affidando ad egli il compito sulla base di istruzioni dettate a distanza, magari seduti comodamente in poltrona.Sarà meno romantico e avventuroso ma credo sia curioso sperimentare e valutare questo ancora misterioso confine; in tal modo potrebbero persino nascere nuovi metodi di collaborazione e avvicinamento culturale!

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