Chi vede correttamente il volto umano: il fotografo, lo specchio o il pittore?

“Chi vede correttamente il volto umano: il fotografo, lo specchio o il pittore?” Considerazione sicuramente forte ed interessante, scritta da un grande artista di cui svelerò il nome più avanti, per

chi già non lo conoscesse. Una riflessione particolarmente intensa, la quale mi fa sorgere il dubbio, in quanto fotografo, se la fotografia stessa possa essere la superiore interprete e veritiera sulla realtà espressa da un viso.

Più volte mi sono immaginato di trovarmi di fronte al Maestro d’arte che ha concepito questo intrigante quesito; lavorando e rapportandomi in prima persona con artisti contemporanei, so bene

che la loro voce è la sola capace di interpretare con i giusti toni i colori delle proprie citazioni, e per questo motivo sarebbe per me stato un enorme privilegio poter udire quelle parole dalla sua

persona. Tuttavia devo accontentarmi di provare a dare alla frase che ormai da molto tempo suscita la mia fervida curiosità un’interpretazione tutta mia.

 

IL PITTORE

Vorrei, innanzitutto, cominciare con l’analisi della figura del pittore e del suo rapporto con il protagonista dell’opera che esegue. Considerando il fatto che la sua arte risiede nel movimento e

nell’abilità delle sue stesse mani, egli non ha necessariamente bisogno della presenza fisica del soggetto per poterlo ritrarre; può, infatti, ricorrere alla memoria, copiarlo da una foto o un disegno

modificandone persino alcune parti, oppure interpretarlo seguendo le esperienze che ha vissuto, tecniche, istinti, intuiti, stati d’animo e casualità convergenti al momento della realizzazione della pittura, arrivando sino a sconvolgere completamente la fisionomia del viso e lasciando l’interpretazione finale dell’insieme alla totale libertà della mente dell’osservatore, il quale, a sua

volta, fornirà un diverso significato all’opera in base alla propria unicità.

Un pittore può, inoltre, giocare sullo spessore della materia, sugli effetti prodotti dal sovrapporsi delle pennellate; una tridimensionalità abbinata al supporto dell’opera stessa, la cui intersezione è in grado di conferire al ritratto una molteplicità di caratteri attraverso l’azione dei riflessi delle luci, anch’esse mutevoli a seconda dell’ambiente e dell’ora della giornata o della notte in cui il quadro

cade sotto occhi indagatori. È dunque vero quando si dice che i dipinti possono prendere vita poiché uno sguardo a essi rivolto non sarà mai uguale a quelli precedenti, ognuno dei quali riuscirà a

trovare dettagli che prima parevano quasi invisibili o addirittura inesistenti.

Infine, il ritratto in sé, per quanto il soggetto raffigurato possa darsi un tono di autorevolezza o malinconia, un’espressione attraente o di disgusto, conterà sempre e inevitabilmente sulla personale

interpretazione e abilità dell’artista, capace di modificare il tratto delle sue pennellate per ottenere il risultato ricercato.

 

 LO SPECCHIO

Differentemente dalla pittura e dalla fotografia, lo specchio, di per sé, non è un oggetto tramite il quale l’immagine possa essere ispirata, studiata, elaborata e tradotta da mente e mano umana. A

mio parere, esso non è altro che una sorta di inganno poiché riflette ciò che gli si presenta davanti fissandosi solo su di una percezione individuale, e sul quale non può dunque intervenire nulla che ne possa esaltare l’artisticità; il ritratto rimane, in questo caso, un riflesso passivo.

“Cosa vorresti dire con questo?”, vi starete chiedendo. Ebbene, sullo specchio noi vediamo un’immagine in movimento, un volto cui si tenta di attribuire e scrutare nei minimi particolari pregi

e difetti, ponendo l’attenzione su di una realtà puramente estetica e sciolta da quello sguardo contemplativo che spesso muove ricordi, emozioni e sensazioni, i quali solo un quadro o una

fotografia riescono a far trapelare. Rispetto a questi ultimi, ciò che emerge con maggiore preponderanza alla vista di sé stessi al di sopra di una superficie è un forte gioco introspettivo dove il

volto riflesso si mostra ogni volta diverso, costituito dai vari istanti della sua inevitabile mutazione, senza contare l’effetto speculare che si viene a creare. Quando il soggetto “svanisce”, poi, quella

“tela vanitosa” lascia sempre il posto ad una nuova raffigurazione.

 

IL FOTOGRAFO

Eccoci giunti al fotografo, quell’artista cui spetta il compito forse più inquieto ed elettrizzante.

Quando preme il pulsante della sua fotocamera, ha poche possibilità di poter interpretare nuovamente la stessa scena racchiusa nel breve istante di quel singolo “click”, di poter catturare il medesimo stato d’animo e l’identica espressione mostrati dal soggetto in quell’unico momento. In questo caso, infatti, la persona che viene ritratta deve per forza trovarsi di fronte all’obbiettivo, non come nel caso del pittore che può tratteggiare i suoi lineamenti sulla base di ricordi; tra fotografo e modello è necessario, dunque, che si instauri un rapporto di fiducia, una complicità reciproca che permetta al primo di azzardare un lavoro più complesso, e al secondo di potersi affidare all’esperienza e alla sapienza del ritrattista.

La buona riuscita di un ritratto deve corrispondere alla coincidenza di bravura tecnica da parte del professionista che scatta l’immagine, della sua capacità nel coinvolgere, incoraggiare e donare sicurezza al soggetto, quanto di spontaneità e messa in gioco di quest’ultimo. Le sensazioni, le emozioni che traspaiono a lavoro ultimato, il fatto stesso di immortalare un vero e proprio momento che scorre sulla linea del tempo, tutto questo crea un elemento che va al di là di qualsiasi altra percezione, che si pone oltre i colori di una tela, oltre il vetro di uno specchio.

Forse perché sono fotografo, forse perché la passione per il mio lavoro è più forte di quanto potessi mai immaginare, forse perché nella fotografia mi illudo che il tempo sia stato in qualche modo intrappolato, forse perché mi rendo così, in prima persona, testimone di tale evento, ho l’impressione, nel profondo, che esista una tangibile differenza sensitiva che distingue la fotografia dall’astrazione della pittura e dalla realtà dello specchio. Ammirando attentamente un dipinto o una statua, seguendo i loro lineamenti, i tratteggi, le forme, si riesce a vedere, a poco a poco, la mano stessa dell’artista all’opera; la scena diventa reale, il sapiente Maestro si trova esattamente di fronte allo spettatore e persevera nella realizzazione della sua creazione, il suo spirito vive dentro di essa.

Anche nel momento in cui si vede un’immagine riflessa in uno specchio, “l’autore” che lì si vede riprodotto è presente, si muove, si sente.

Guardando una fotografia si vede il soggetto. Il volto che cattura l’attenzione dell’osservatore non mostra alcun legame con il suo fautore. È stato catturato in modo così coinvolgente da sembrare reale, tridimensionale. In quel preciso istante, ognuno diventa “fotografo” e partecipe della rappresentazione stessa. L’effetto che in tale modo si viene a creare genera una commistione di ruoli, di identità. Insomma, dell’autore vero non pare esservi alcuna presenza, persino quando rimane volontariamente intrappolato nel riflesso di uno specchio, di un vetro, di un metallo, di un velo d’acqua; diventa semplicemente una comparsa nella foto.

Perciò, chi vede correttamente il volto umano: il fotografo, lo specchio o il pittore? Difficile trovare un’esaustiva risposta. Tuttavia, con la fotografia si instaura un legame tale da far sì che la rappresentazione diventi un tutt’uno omogeneo e inseparabile con colui che la osserva dall’esterno. Questa incredibile seppur semplice domanda di Pablo Picasso è sicuramente tra i quesiti su cui preferisco riflettere e arrovellarmi, e ogni volta che mi appresto a realizzare un ritratto non posso fare altro che pensare a una possibile risposta.

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