Quando una foto si lasciava attendere e la sorpresa eccitava
Con l’intento di evitare fraintendimenti e rendere, dunque, più chiara la comprensione di ciò che mi accingo ora a raccontare, chiameremo «fotografo» coloro che, ponendo l’occhio dietro a una fotocamera o a un cellulare, sono autori dello scatto e «modello» i vari soggetti che si trovano ad essere ripresi e catturati dall’obbiettivo. Alcuni si potrebbero chiedere il perché di questa premessa; ebbene, chiamare «fotografo» chi schiaccia un bottone per raccogliere un’immagine non può essere considerato tale, nel senso più professionale del termine, se non porta con sé una serie di conoscenze tecniche, psicologiche e istintive sviluppate grazie a un’accurata esperienza sul campo. Lo stesso pensiero, d’altronde, vale anche per il «modello». Tuttavia, concedendomi di impiegare questi due termini spesso abusati, estendendoli nel loro significato, risulterà molto più facile farmi capire.
Passeggiando per le vie di un paese, di una città, lungo i sentieri nei boschi o in campagna, sia durante le ore di svago sia nel corso di giornate lavorative, amo osservare le persone che incontro sui miei passi intente a scattare immagini, soprattutto quando si trovano nella situazione di dover riprendere un gruppo o eseguire un ritratto, imprese, tra l’altro, fra le più ardue da affrontare.
È davvero interessante intuire a distanza se quella foto sarà “buona” o meno in base a diversi fattori, tra cui, prima di tutto, la scelta dell’inquadratura, spesso suggerita dal soggetto che si sta facendo ritrarre, da cui si sentono frequentemente frasi come “Che bello, fammi una foto qui!”, oppure “Hai preso la fontana sullo sfondo?”, etc…In secondo luogo, è proprio quest’ultimo a decidere e ordinare come farsi ritrarre: “Non farmi ridere”, “Prendimi da questo lato perché vengo meglio”, “Riprendimi spontaneamente”, e così via. Tutto questo con l’inconscia certezza che il fotografo schiaccerà solamente un bottone centrando il soggetto, et voilà, la foto è pronta, senza però aver prestato attenzione ad altri elementi essenziali e imprescindibili, come, ad esempio, il ruolo fondamentale giocato dalla luce, purtroppo non sempre favorevole e complice del fotografo nella maggior parte dei casi, che, se trascurata, andrà a completare il risultato finale contribuendo a renderlo maggiormente sgradevole.
Riprendendo l’inizio del racconto, vorrei soffermarmi su un episodio in particolare che ha suscitato in me grande curiosità: passeggiavo per Angera, quando il mio sguardo si posò su una bella coppia intenta nell’intrigante gioco del fotografo e della modella. La mia attenzione venne stuzzicata ancor di più, poiché notai che lui stava utilizzando una vera fotocamera professionale, mentre lei era in posa, quasi seduta sul corrimano che fiancheggiava la strada, il volto rivolto verso l’alto con i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle e sullo sfondo la Rocca. All’incirca, il ragazzo si trovava a una distanza con la quale l’obbiettivo, per quanto grandangolare, sarebbe riuscito a riprendere solo il mezzo busto della modella e sicuramente, a causa dell’asse su cui erano entrambi disposti, avrebbe tenuta nascosta dietro di lei anche la Rocca (nonostante l’importanza meno evidente di tale sfondo). Rispetto all’intesa tra i due e il loro bel momento di libertà e spensieratezza non ho nulla da dire e tuttavia l’immagine che seguì mi porta a passare al terzo punto che caratterizza la fotografia “contemporanea”, ovvero l’assenza di attesa e l’emozione di vedere il risultato finale completamente volatilizzata; quando la ragazza ha voluto vedere subito gli scatti, la magia creatasi in quel momento si è subito dissipata, interrompendo il “gioco” sul più bello.
Il modello, in generale, vuole vedere subito il risultato, pretende di controllare se è venuto come voleva lui, perdendo però quel momento poetico costituito dall’attesa; momento anticipato da un impegno maggiore da parte del fotografo nello studiare nei particolari la scena per poi condividerla in un secondo tempo, rivivendo a sua volta le emozioni di quell’istante in cui l’ha effettuata e la soddisfazione della buona riuscita.
Non voglio ora esaminare quella che poteva essere la capacità di quel fotografo, visto che, comunque, nel luogo in cui aveva deciso di improvvisare il set per la posa c’era anche, alle sue spalle, un bel pergolato di glicine dalle cui foglie filtravano i raggi del sole, i quali proiettando macchie di luce su tutto il soggetto. Desidero, invece, soffermarmi sul fatto che data la facilità di oggi di poter scattare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo una fotografia, molti sono portati a non leggere e non curare ciò che vorrebbero immortalare. Inoltre, vi è la percezione che lo scatto non costi nulla e che addirittura l’intelligenza artificiale di cui le nuove tecnologie dispongono siano sufficienti a creare una bella immagine senza che il fotografo si debba curare di approfondire ciò che veramente sta realizzando; eppure, in fondo in fondo, egli sente e sa che quella stessa foto un giorno potrà essere unica ed emozionante.
In conclusione, è un vero peccato che un’arte come quella fotografica all’interno della quale siamo in qualche modo immersi da mattina a sera, tra pubblicità commerciale e ricerca artistica, tra social, editorie e quant’altro, spesso non riesca a trasmettere il valore intrinseco dell’immagine che presenta, i suoi più profondi e reali significati, le vere emozioni che vorrebbe essere in grado di trasmettere. In modo tale da realizzare quanto appena scritto, l’ideale sarebbe cercare di limitarsi ad un solo scatto per posa, per quanto possibile, ben curato nei dettagli e il più vero e sincero possibile, capace non solo di mostrare la situazione in cui è stato eseguito, ma anche di “narrarla”, facendo trasparire i profumi, il tempo, i suoni che l’hanno accompagnata, oltre che lo stato d’animo del modello e, perché no, quello del fotografo.
Un ultimo spunto di riflessione che vorrei lasciare è: le miriadi di fotografie che vengono scattate, dove finiranno? Verranno mai riguardate o resteranno nascoste nella galleria dei propri cellulari o nella memoria di computer e macchine fotografiche o perse in un angolo della casa, in qualche vecchio album se stampate? Ma di questo ne parleremo un’altra volta.
